San Bendetto Po

di L. Damiani

Fondato nel 1007 da Tedaldo di Canossa ed amato dalla Grancontessa Matilde, che vi volle essere sepolta. L'opera incessante e benemerita dei monaci che si erano stabiliti su questa montagnola di terra, allora emergente dal padus padano fu per secoli il fissaggio e l'irrigimentazione del tratto mantovano del corso del Po. All'epoca erano infatti frequenti le esondazioni del fiume, non regolato e stretto fra argini ma libero di scorrazzare un po' per tutta la pianura, distruggendo il lavoro svolto nei campi dalla popolazione locale. Ancor oggi i resti dei primitivi argini si scorgono un po' tutt'attorno all'antico tracciato del paese, sormontati però dai più recenti argini maestri, che superano per imponenza l'altezza delle abitazioni.
I resti dell'antico oratorio romanico di Santa Maria sono stati recentemente restaurati, e sono ben visibili di fianco all'abside della attuale abbazia, nel lato sinistro. Da ammirare lo splendido mosaico pavimentale che risale al primo periodo. Di fianco all'oratorio il primo nucleo dell'abbazia è stato inglobato nell'attuale deambulatorio, che circoscrive l'area del coro dei monaci, posteriore all'altare maggiore. Giulio Pippi, detto "il Romano", viene convocato all'incirca nella prima metà del '500 dall'abate Gregorio Cortese, che gli affida il restauro e la ricostruzione del complesso. Giulio conservò il deambulatorio romanico e le volte gotiche della navata centrale, travestendoli con una ricca deocrazione classica e manierista a grottesche. Sue sono le cappelle annesse alle navate laterali, e la soluzione della serliana a dividere le navate. Allungò quindi la chiesa di una campata, la prima entrando, per aumentare lo spazio riservato ai laici. Anche la facciata risale allo stesso periodo, se si eccettua l'attuale loggia superiore aggiunta nel settecento. Il monastero venne soppresso da Napoleone al tempo dell'abate Mauro Mari, il 9 marzo 1797. Vennero razziati i beni dell'abbazia da parte delle truppe napoleoniche e della popolazione. I manoscritti e gli incunaboli più importanti si sono salvati, e sono oggi al Museo Diocesano a Mantova, non disponibili per consultazione. Di tutto il resto, non si sa più nulla.

 




Articolo postato in data 28/06/2006 da L. Damiani

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