Celeste Mantegna, al Te 316mila visitatori

di Stefano Scansani

M come Mantegna, come Mantova e come Mai così tanta gente in un inverno-boom per il turismo d’arte. La mostra del Centro Te ha chiuso ieri con un bilancio di 316.358 visitatori mentre la Camera Picta torna al tempo ordinario con una quota di 135.823 ingressi (con le due esposizioni collegate). Il Museo della Città ha fatto il pieno con 95.707 biglietti staccati. In 10mila alla Madonna della Vittoria. Dal 16 settembre la città è stata percorsa da una media di 2.361 turisti al giorno.
Nella classifica delle mostre più viste a Mantova dal “Giulio Romano” del 1989 a oggi, quella sul Mantegna si colloca al secondo posto, subito dopo la “Celeste Galeria”. Due i dati particolari, degni di un’approfondita analisi: le visite guidate prenotate sono state 2.643 e il noleggio delle audioguide ha registrato 47.200 richieste.
Affollatissima e stretta. Rossa e troppo cupa. Cunicolare e imperdibile. Fino all’ultimo minuto, ieri sera, la mostra nelle Fruttiere non ha mai smesso i suoi caratteri tanto amati e tanto criticati. Mostra di popolo con le sue code e le sue processioni fra il Te e il Castello. Mostra sofisticata con Mantegna che si svela pittore con forma mentis da scultore. Già il 15 settembre quando l’evento fu inaugurato nel Cortile Quadrato con un cielo più da ceneri violette che azzurro-mantegnesco, le due anime si erano cozzate, con Vittorio Sgarbi presidente del comitato nazionale delle celebrazioni che a caldo annunciava l’accoglimento delle dimissioni di Mauro Lucco da curatore della mostra mantovana. Pochi giorni prima, con l’arrivo del Cristo Morto dalla Pinacoteca di Brera, Sgarbi aveva ribaltato l’ordinamento dei dipinti: l’icona in scorcio al centro e tutto il resto intorno. Una scelta massmediatica. Lucco non gradì. Quando c’è Sgarbi il clima è da combattimento e anche da propaganda costante, come qualche notte fa a Porta a Porta.
Proprio il tira e molla con Brera sul Cristo Morto, nuovamente a Mantova dopo il primo soggiorno alla Celeste Galeria, cinque anni fa, ha però generato l’alta commissione ministeriale per i prestiti delle opere d’arte. L’ha voluta Francesco Rutelli a fronte del bombardamento di Sgarbi che, però, non è riuscito a portare a Mantova il San Sebastiano della Ca’ d’Oro di Venezia e la Madonna col Bambino di Bergamo. La mostra su Mantegna ha quindi figliato una soluzione ai conflitti sempre più frequenti e acuti tra musei ed esposizioni. E poi ha testato con buon esito la “catena”, cioè il coinvolgimento di più città, Mantova, Verona e Padova per un obiettivo univoco. Tre risultati almeno: la mostra diffusa funziona; i visitatori totali sono stati circa un milione (con le manifestazioni satellite); l’affermazione di percorsi alternativi rispetto al cosiddetto turisdotto (citato da Rutelli a Mantova) classico del Belpaese. Ottima la risposta alla formula “mostra di notte” che ha convertito la proposta del Centro Te in un’occasione d’immagine per moltissime aziende. Sono state infatti 83 le serate su un’estensione di 134 giornate di apertura.
 Mantegna ha riconnesso Palazzo Te a Palazzo Ducale, liquidando la convinzione che la villa municipale e la reggia statale non potessero convivere e coincidere. La Camera Picta ha rappresentato il punto d’arrivo del percorso delle tre città e l’ombelico di Mantova.
L’archiviazione della mostra coincide con l’apertura del confronto del “Progetto per Mantova” commissionato dal sindaco Fiorenza Brioni al direttore della Normale di Pisa e presidente del consiglio superiore dei beni culturali, Salvatore Settis. Un piano molto atteso, presentato martedì scorso in municipio, che propone il coordinamento e la qualificazione delle iniziative, la riforma della macchina gestionale (con la consulta della cultura e la macro Fondazione di Palazzo Te), l’individuazioni di nuove linee strategiche che proprio nella revisione della struttura e nella programmazione del Centro internazionale hanno il motore.
Il momento è di passaggio, tanto quanto lo fu quello dell’istituzione della stessa associazione ora diciassettenne: 1990, un anno dopo la mostra su Giulio Romano.




Articolo postato in data 06/02/2007 da Stefano Scansani

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